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Questo spazio sarà dedicato a coloro che desiderano far arrivare ai nostri soci

e a tutti i fruitori del nostro sito,

contributi di vario genere.

Come primo contributo ci piace segnalare 

una ricetta davvero di grande tradizione, al giorno d'oggi difficilmente realizzabile,

ma proprio per questo crediamo valga  la pena  di salvarne la memoria.

*  *  *

Una nota dal libro "Gastronomia parmense": ...Salimbene ,nel suo
latino scorrevole e benigno nell'usare parole dell'epoca,  ci parla
di "ravioli" parmigiani, facendoci pensare che essendo un poco più
piccoli dei ravioli genovesi o di altre località ,siano stati chiamati
poi  "raviolèn", donde probabilmente la corruzione del popolo in
"anolèn".

 

Ecco dunque  la ricetta dei

CAPPELLETTI

(né anolini, né ravioli)

Adagiare in una pignatta di terracotta  un bel pezzo di coscia di
manzo e mettere il coperchio sempre in terracotta ma non smaltato, in
senso concavo e riempirlo di lambrusco.

Accendere il fuoco - che va tenuto basso e sempre uguale - e far
cuocere per tre giorni e tre notti, aggiungendo nel coperchio altro
lambrusco via via che evapora.

Alla fine resterà un pezzo di carne molto sfilaccioso e senza
sostanza (col quale si può fare solo un piatto freddo quasi
quaresimale, tagliando il manzo a fettine sottili e condendolo con
olio,sale grosso e rosmarino)  e un sugo concentrato col quale  si
scotta il pane bianco duro grattugiato e il parmigiano stravecchio
altrettanto ben grattugiato.

A questo punto vanno aggiunte le uova -in quantita da rendere
l'impasto della giusta consistenza-  e si preparano le palline per il
ripieno.

Su metà della pasta sfoglia  (sottile) si mettono le palline  a
distanza di circa  4 cm. e  l'altra metà si ripiega su se stessa come a
formare un grande tortello.

Con l'apposita "corona frastagliata" di ottone  si ritagliano i
cappelletti: che vanno cotti rigorosamente in un buon brodo di
cappone.

Si gustano in una bella e capiente fondina. Qualcuno mette
un'ulteriore grattugiata di formaggio, ma a me sembra un eccesso.

 

*  *  *

Le socie della Banca del Tempo di Pesaro,

in occasione del loro 15° anniversario

hanno scritto sulla musica di Toto Cutugno "Un italiano vero"

una nuova canzone dedicata alle socie di tutte le Banche del Tempo,

che riteniamo un piacevole contributo per questo nostro spazio.

 

BANCHIERE VERE

 

       Siamo le socie della Banca del Tempo

       Vogliam goderci questo bel momento

       Sappiam studiare, cucire, ballare

       E l'obiettivo è quello di aiutare

 

       Lavorando molto e seriamente

       Abbiam coinvolto sempre tanta gente

       Noi la domenica non ci fermiamo

       E a burraco tutte insieme giochiamo,

 

       Buona serata di gioia e allegria

       Da noi non entra la malinconia

       E grazie a Dio... un posto qui ce l'ho anch'io...!

 

       Lasciateci insegnare, quel che sappiamo fare

       Lasciateci donare quello che sappiamo dare

      Ciò che sappiamo fare, ce lo possiam scambiare

      Con noi in compagnia ,  è sempre allegria.

 

      Da tutta Italia siete qui presenti

      A voi grazie e tanti complimenti

      Noi siamo lieti di potervi ospitare

      Siete amici con cui festeggiare

 

      Brindiamo insieme a questo avvenimento

      Ai 15 anni della Banca del Tempo

      Da noi socie fino alla Presidente

      Un futuro bello e coinvolgente

 

      Buona serata di gioia e allegria

      Da noi non entra la malinconia

      E grazie a Dio... un posto qui ce l'ho anch'io...!

 

      Lasciateci insegnare, quel che sappiamo fare

      Lasciateci donare quello che sappiamo dare

      Ciò che sappiamo fare, ce lo possiam scambiare

      Con noi in compagnia ,  è sempre allegria.

 

      Finale:

      Di questa associazione, noi ne andiamo fiere

      Perchè siamo Banchiere... Siamo Banchiere vere

 

*  *  *

 

Riceviamo da Armando Lunetta, presidente BDT di Caltanisetta

RIFLESSIONI SULLE CARATTERISTICHE DELLE
ATTIVITA' DELLE BANCHE DEL TEMPO
SVOLTE IN RETE. LA PROPOSTA TIMEREPUBLIK:
CONOSCERE PER VALUTARE


La cultura della solidarietà, il bisogno di costruire veri rapporti
umani e il recupero delle relazioni sociali, stanno diventando
sempre più oggetto di interesse e di analisi da parte dei
sociologi, dei media e di quanti si occupano di relazioni umane.
Ma che a occuparsi di questi temi siano pure consulenti
economici, analisti finanziari e uomini di business la cosa
lascia perplessi: cosa hanno a che fare questi soggetti con la
cultura della solidarietà e dell'amicizia? In momenti di crisi,si
sa, il bisogno aguzza il cervello e la creatività sviluppa nuove
idee. Nasce così il Timerepubblik un'idea intelligente per
entrare in un nuovo modello di business utilizzando il principio
della solidarietà tipiche delle Banche del Tempo. Il suo
fondatore si chiama Karim Varini, 40 anni, analista finanziario
ticinese che studiando ed elaborando il principio delle Banche
del Tempo e individuandone i vincoli e le opportunità ha
costruito una piattaforma virtuale dove chiunque ha da offrire
un servizio, una passione, un talento, lo pubblica su questa
bacheca virtuale sapendo che verrà ricompensato con la
moneta-tempo. Tu fai una cosa per me ed io faccio una cosa per
te utilizzando come moneta di scambio il tempo: un'ora del mio
tempo è pari ad un'ora del tuo tempo. Siamo in piena mission
delle Banche del Tempo, ma dove sta la novità? Innanzitutto
con il Timerepubblik scompaiono i contatti personali, tutto
avviene tramite Internet dove su una piattaforma registri le tue
competenze, che identifica 250 talenti (traduttori, chef, attori,
architetti, psicologi,elettricisti, ingegneri,idraulici, etc.)
suddivisi in 12 categorie, e aspetti che qualcuno si faccia vivo
non necessariamente dal tuo quartiere o dalla tua città ma
anche dall'estero dove sono presenti queste community. Il tuo
sapere viene reso pubblico e chiunque si collega a quel social
network potrà contattarti. Importante è non scordarsi mai di
pubblicare un commento di merito sulla prestazione ricevuta. E'
chiaro che chi entra in questo database non lo fa soltanto per
barattare la sua competenza con un'altra, a titolo gratuito, ma
aspetta di trovare la giusta opportunità e visibilità all'interno di
aziende e società di reclutamento per trovare un lavoro vero e
proprio. Una sorta di Job-opportunity rivolto alle persone
licenziate,esodate e disoccupate o ai giovani che vogliono
entrare nel mondo del lavoro utilizzando in prima battuta la
filosofia delle Banche del Tempo. Ottima iniziativa se può
servire a ridurre il popolo dei disoccupati e ad uscire dulia crisi
che attanaglia il nostro paese. Ma le Banche del Tempo sono
un' altra cosa: anche loro si sono date un ruolo per aiutare la
gente ad uscire dalla crisi, una crisi non soltanto economica ma
una crisi di valori. Ed i valori primari per le Banche del Tempo
sono il valore del legame, dell'amicizia, della reciprocità, della
condivisione, della solidarietà, perché le Banche del Tempo
sono state definite un antidoto contro la solitudine, l'indifferenza,
la sfiducia, il razzismo, i veri mali di questa società neo-liberista.

 

*  *  *

L’ ECONOMIA SOLIDALE PUÒ SALVARE IL MONDO!

Abbiamo guardato tutti con grande interesse la nascita delle reti digitali che hanno rivoluzionato la nostra vita, il nostro modo di pensare, di agire, di vivere la quotidianità. Ormai non possiamo più tornare indietro, le piattaforme digitali hanno drogato la nostra vita. E poi il successo di questa grande invenzione si basa sulla gratuità dei servizi offerti, gratuità che paghiamo con il fatto di essere continuamente “sorvegliati” dai monopolisti dei service provider. Grazie a tutto questo è nata la sharing economy o l’economia della condivisione che come spiega l’articolo di Alessia Maccaferri su Nova 24 del Sole 24 ore, s’interroga sugli effetti introdotti dai paradigmi collaborativi. Ma poi questi paradigmi sono veramente collaborativi? Possono essere annoverati, come qualcuno all’inizio pensava, nei processi di economia solidale?

La rivoluzione digitale distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei – ci ammonosce Jaron Lanier – nel suo ultimo libro “La dignità ai tempi di Internet”.

Ci rallegriamo di scoprire che sul Web tutto è «gratis» e «open», o sta per diventarlo, ma nel frattempo l’economia dell’informazione concentra sempre più potere e ricchezza nelle mani di pochi. Mentre celebriamo le virtù democratiche di Internet, consegniamo il futuro ai colossi che controllano i server centrali e traggono immensi profitti.

Facciamo qualche riflessione: Airbnb la società californiana leader nel mercato degli affitti brevi tra privati, presente in 191 paesi nel mondo che gestiste 2,5 milioni di annunci, valutata 30 miliardi di dollari, ha 600 dipendenti a fronte dei 300 mila delle catene alberghiere che gestiscono la stessa quantità di posti letto.

L’azienda fotografica Kodak all’apice del suo successo impiegava più di 140 mila persone e valeva 28 miliardi di dollari. Oggi la Kodak è fallita, il nuovo protagonista dell’economia digitale è diventato Instagram, una piattaforma digitale inventata dal giovane Kevin Systrom e venduta a Facebook per un miliardo di dollari e impiega solo 13 persone.

Uber, la società di San Francisco che fornisce servizi di trasporto automobilistico in alternativa ai taxi, con i suoi 10 miliardi di fatturato e una rete di 160 mila autisti ha 550 dipendenti in tutto il mondo.

Risulta allora evidente che questa nuova forma di economia risulta sempre più condivisa ma sempre meno solidale e il prezzo che viene pagato dalla collettività alla fine sarà molto alto.

Peccato – sostiene Nicola Cavalli in un articolo comparso su Left – che le imprese digitali vivano ancora oggi in un mondo di irresponsabilità fiscale che sottrae agli Stati potenziali entrate e restringe così gli spazi per una redistribuzione attraverso reti di protezione sociale. Dietro la patina dell’innovazione tecnologica si nascondono dunque una serie di rapporti che si possono studiare con categorie antiche: un mix di alienazione, sfruttamento del lavoro, sistematica elusione delle regole. In quanto tale, la sharing economy va normata e riconciliata con un principio di interesse pubblico, al di là delle difese corporative che, per la logica dello sviluppo tecnologico, sono altrimenti destinate a mostrare la corda.

Nell’attuale scenario economico, in presenza di un’irrimediabile crisi delle economie occidentali, il bisogno ed il ricorso ai principi di economia solidale acquista nuovo valore, soprattutto nell’ottica di un cambiamento radicale di mentalità e di prospettive, che potrebbero rendere interessanti i grandi mutamenti che ci aspettano.

Nascono su questa spinta le reti di economia solidale, i distretti, l‘associazionismo orientato alla persona, alle relazioni, alla cooperazione, si delineano nuovi bisogni, nuove domande di socialità, di solidarietà e di sostenibilità. Un esempio arriva dalle Banche del Tempo, una banca in cui non viene depositato denaro ma tempo da scambiare: tu fai una cosa per me e io faccio una cosa per te all’insegna della solidarietà, del dono e dell’amicizia. L’elemento distintivo di queste associazioni di promozione sociale è lo scambio di azioni, di servizi e di saperi, tra i soci e correntisti le cui competenze vengono messe a disposizione, secondo il principio della reciprocità, di chi può averne bisogno, per cui tutti sanno fare qualche cosa e chiunque può sentirsi utile. Per pagare non utilizzi denaro ma soltanto il tuo tempo. Il nuovo modello di economia è stato definito dagli economisti della new economy, che stanno preconizzando nuove forme di società che potrebbero avverarsi a seguito del declino della società neoliberista, l’economia solidale, della relazione, del dono e si diffonde dal basso come risposta ad una società competitiva, individualista e nichilista. Un modello di sperimentazione che opera già su tutto il territorio nazionale come luogo di scambio, di generosità e di aiuto per le difficoltà sociali ed economiche di tanta gente, come soluzione ai piccoli problemi quotidiani, alla solitudine e all’’inclusione sociale.

Armando Lunetta

***

SI PUÒ MISURARE LA FELICITÀ?

I misuratori del benessere: il PIL, il PIF, il BES e il POS

La buona notizia di fine anno: nel terzo trimestre del 2017 il PIL italiano è aumentato dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente. Buona quanto? Buona per chi? La notizia ha ovviamente riproposto un acceso dibattito fra economisti, filosofi, sociologi e politici sul fatto che il PIL (prodotto interno lordo) è in grado di determinare la ricchezza di un Paese ma non la sua felicità. I miglioramenti della vita sul piano del reddito e della ricchezza economica non producono effetti duraturi sul benessere delle persone ma solo temporanei.

Il PIL, lo strumento di misurazione delle economie di tutto il mondo, l’indicatore su cui discutono e litigano economisti e politici, oggi viene messo in discussione da un’antica massima che recita: la ricchezza non dà la felicità! Per anni il PIL, inventato da Keynes, in un particolare momento storico in cui si doveva monitorare il danno della crisi americana del ’29, è stato l’unico indicatore che ha misurato il benessere di un popolo. Più il PIL cresce più aumenta la ricchezza di un Paese. Più consumi più il PIL cresce. Più il PIL cresce più consumi. Ma non sempre è così. Se succede un terremoto, il PIL cresce, se si scatena un incendio o sei incolonnato per ore in autostrada sicuramente il PIL cresce. Se c’è un’epidemia il PIL cresce ma non cresce sicuramente il benessere della collettività.

Ci si è accorti che non c’è correlazione tra la crescita del PIL e il benessere di un Paese. Serge Latouche, antropologo e filosofo della “Decrescita felice”, che ci ammonisce sul pericolo della crescita infinita in un pianeta finito, ha inventato il PIF (prodotto interno della felicità), e postula il concetto che il benessere di un popolo si misura non dalla ricchezza ma dalla felicità dei suoi abitanti. Un’affermazione vera per alcuni, consolatoria per altri, concettualizzata dal pensiero di Bauman che afferma che la sensazione di gioia non può più provenire dalla produzione e dal consumo: la crescita infinita è una pagnotta che non si può più produrre.

Il capitalismo sfrenato, il neo liberismo e la globalizzazione dei mercati non hanno mantenuto le promesse annunciate. Ed ecco allora che s’incrina il mito dell’idolatria del mercato, si appanna la “semiotica del consumo”, le merci perdono il significato di appagamento dei desideri inconsci, infastidisce il sistema comunicativo mediatico della reiterazione del messaggio pubblicitario. Insomma il consumatore si trasforma in cittadino consapevole e la felicità la cerca in altre vie.

Frédéric Beigbeder, uno dei più famosi pubblicitari americani in un momento di crisi di coscienza ha confessato nel suo libro: “ Sono un pubblicitario: ebbene si, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai… Io vi drogo di novità e il vantaggio del la novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.” E già, la gente felice non consuma e sarebbe un bel problema per nostro sistema-pensiero-unico che basa la sua crescita preminentemente sul consumo.

A correre in soccorso dell’economia del benessere, basata non sul consumo ma sulla qualità della vita, sono arrivate anche le istituzioni pubbliche in particolare l’ISTAT che da qualche anno sta collaudando il BES ovvero il benessere equo sostenibile. Un progetto che ha coinvolto istituzioni, mondo della ricerca e organismi della società civile sul tema della misurazione del benessere individuale e sociale. L’ISTAT ha individuato 9 indicatori, che tengono conto sia di aspetti che hanno un diretto impatto sul benessere umano ed ambientale sia di quelli che misurano gli elementi funzionali al miglioramento del benessere della collettività e dell’ambiente che la circonda. Gli indicatori presi in esame sono: Salute, Istruzione e formazione, Occupazione, Qualità del lavoro, Reddito, Condizioni economiche minime, Relazioni sociali, Soddisfazione per la vita, Ambiente. Dall’elaborazione e dagli incroci di questi parametri potremo avere tante informazioni su come stiamo su cosa vorremmo per essere felici. I nuovi bisogni sono legati non più al consumo delle merci ma al mondo delle relazioni, dello studio, della qualità del lavoro e dell’ambiente, dell’attività artistica e creativa, della ricerca spirituale, dell’appartenenza, della solidarietà, dell’amicizia e della crescita culturale. Tante associazioni, organizzazioni, movimenti, giovani, da alcuni anni si stanno dedicando alla ricerca del nuovo benessere, di nuovi valori come paradigma di un mondo che sta cambiando, dove il denaro non è l’unico generatore di valori ma è la felicità, il benessere, l’armonia con se stessi e con la natura.

Le Banche del Tempo, per esempio, associazioni di promozione sociale ormai presenti in tutto il territorio nazionale, costituiscono delle micro società dove per lo svolgimento delle loro attività quotidiane non circola denaro ma scambio di tempo e di competenze e hanno utilizzato al loro interno come indicatore di crescita il POS (prodotto ore scambiate). Più ore scambiano tra gli associati più il benessere cresce, più la gente sta in compagnia più le relazioni s’infittiscono, più scambi più le tue esperienze crescono, più partecipi alle attività e meno resti nella tua solitudine.

Hanno trovato nella nuova economia relazionale un nuovo stile di vita per la ricerca del benessere e della felicità!

Armando Lunetta